La prefazione del libro di Darwin rassicura i visitatori dei nostri giorni dicendo che la prima cosa che si nota dell'isola di Chiloé è come il clima sia cambiato da allora: ai tempi di Darwin infatti pioveva sempre. Purtroppo la nostra visita di 3 giorni non è stata sufficiente per renderci conto di questa variazione, infatti ha piovuto quasi ininterrottamente per tutti e tre i giorni.

La prima sera ci siamo fermati ad Ancud scegliendo l'alloggio tra quelli nella fascia alta della guida. Eravamo i primi turisti della stagione e la temperatura interna era inferiore a quella trovata in terra del fuoco, in compenso l'umidità era tale che sui muri del bagno pascolavano le lumache. Dopo una cena a base di Curanto (il rinomato piatto locale, segnalatoci perché particolarmente indigesto) ci siamo coricati con un abbigliamento degno di un bivacco in quota.

La mattina per fortuna la pioggia sembrava dare tregua e ci siamo avviati al forte Ahui, a pochi chilometri in linea d'aria da Ancud, ma per raggiungerlo bisogna aggirare tutta la baia percorrendo una trentina di chilometri. La signora che gestisce la pensione ci aveva messo in guardia dicendoci che la strada era assai accidentata e forse non affrontabile con la nostra utilitaria. In effetti richiedeva una guida da rally per evitare di rimanere impantanati anche se il fondo dell'auto era messo a dura prova a ogni avvallamento.

Al forte ho scelto una piantina di calafate da portare in Italia. Povera pianta, non avrebbe mai immaginato cosa le sarebbe capitato, oltre che ritrovarsi improvvisamente di nuovo in inverno, proprio quando sentiva svegliarsi la primavera. Dimenticata in aereo a Madrid, buttata nel pattume, scampata a un'alluvione a Milano... Troppe emozioni tutte in una volta: non ha retto.

Tornando indietro siamo andati verso Castro, l'altro centro principale dell'isola, però passando per le strade secondarie ed evitando la statale panamericana. Arrivati a Quemchi ci siamo fermati per il pranzo nell'unico locale apparentemente adibito alla ristorazione. Il "salmoncito" è arrivato a tavola circa un'ora e mezza dopo che lo avevamo ordinato, in compenso era mezzo crudo, tipo sushi. La signora del ristorante non ha gradito molto che avessimo lasciato metà del suo "salmoncito" nel piatto, e nonostante la notoria cordialità dei chiloti, non ci ha salutato quando siamo ripartiti.

A Castro per non correre rischi di incappare in un'altra pensione umida siamo andati in un albergo: una camera con tanto di bagno privato (con finestra sul corridoio). Dopo tutto la fine della vacanza si avvicinava e bisognava abituarsi gradualmente alla "civiltà". Inoltre il salmoncito crudo è risultato molto più indigesto del curanto, e la nostra cena non è andata oltre un brodino, neanche fossimo colpiti dalla mia solita sindrome del lunedì milanese.

Castro è una specie di San Francisco chilote, con strade ripidissime e case costruite sulle palafitte. Fu distrutta da un'onda assassina a metà del novecento.

La mattina successiva siamo andati a fare acquisti alla feria, in particolare abbiamo preso una quantità spropositata di lana per la quale probabilmente avremmo dovuto pagare la tassa di importazione. Temo che drovremmo imparare a sferruzzare se vogliamo vedere impiegata la nostra lana.
Tornati a Puerto Montt questa volta lungo la statale, abbiamo preso l'aereo per Santiago dove abbiamo passato l'ultimo giorno della vacanza.